A d e s s o è t u t t o c h i a r o…

il blog di Luciano De Simone

Siccità.

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I sentimenti, come tutti gli altri giardini della vita, sono sempre assetati. Se non li innaffi spesso, si inaridiscono e muoiono. La terra, quella resta, ma non serve più a niente. Il fatto che non riesci mai a trovarti nei pressi di una fontanella da cui prelevare l’acqua, capirai che non era un buon motivo quando ti ritroverai davanti la terra desolata.  Ti sentirai più povero scoprendo che hai dilapidato una delle poche fortune vere che capitano alle persone. E forse proverai rimpianto. Forse. Soprattutto quando ti servirà l’ossigeno. Ma niente più verde, niente più ossigeno.

Scritto da luciano de simone

5 maggio 2012 alle 18:50

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Cose piccole piccole

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C’è un tempo in cui piccoli gesti, inezie, nonnulla…ti attraversano quasi trasparenti, non gli dai quasi peso e un tempo invece, in altre circostanze, in cui prendi atto con rassegnazione e un po’ di impotente amarezza che gli stessi gesti bastano a renderti, per un attimo, quasi felice. Capisci che le cose grandi in fondo sono la somma di un’infinità di cose piccole piccole…tanti puntini di pastelli colorati aggiunti ogni giorno alla tua vita dalle persone col talento di vivere. E assommati in un lasso importante di tempo formano intermittenti infantili arcobaleni nel tuo cielo uggioso.

Scritto da luciano de simone

10 febbraio 2012 alle 02:31

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Anima e cervello

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A volte è difficile fare accettare all’anima ciò che il cervello condivide e accetta. Non si sa in quale dei due posti stia la verità. Nella giustizia c’è sempre qualcosa di profondamente ingiusto. Difficile da mandare giù, perché la giustizia, come l’educazione e la cultura, rema contro la natura umana. L’unica cosa verso cui non si ha rispetto. Per questo i folli andrebbero amati più dei savi: riescono a fondere anima e cervello.

Scritto da luciano de simone

7 gennaio 2012 alle 01:48

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Taggato con ,

tasche

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‎…devi frugarti nelle tasche, quel posto dove le mani ce le metti solo tu, per sapere quel che resta del tempo passato. una cura, come  un senso di morbido e sicuro, nient’altro. io sono sempre là, dentro quelle tasche. in attesa perenne delle mani. solo e triste come si può stare in una tasca… ma questo conta poco. sto bene e ci sono ancora…ma sento vuoto intorno. salto nervoso gonfio di dubbi sul senso stesso della parola bene. il silenzio totale mi raggela il cuore. uno di questi giorni esco e non torno più.

Scritto da luciano de simone

2 gennaio 2012 alle 22:04

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Serenità e felicità

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A volte si sceglie la serenità come lasciapassare per la felicità, a costo di tradire la propria natura. E’ un errore. La serenità è un compromesso, una trappola come la speranza; la felicità è un assoluto, vuol dire avere tutto ciò di cui si ha bisogno, che spesso non sta in un solo luogo, né fisico, né  dell’anima. Se sei sereno non sei felice e se sei felice non puoi essere sereno. Serenità e felicità sono due stati d’animo e due concetti dicotomici. Come mercato e democrazia: è solo un ingannevole luogo comune il cercare di renderli affini e compatibili. Molti direbbero una necessità pratica poiché la felicità, come la democrazia, forse è un’utopia. La felicità possibile è sempre piena di buchi. Ma dovremmo sempre provare a riempirli. Con ogni mezzo.

Scritto da luciano de simone

2 gennaio 2012 alle 21:41

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Il treno della speranza

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Una notte sul Treno Notte Torino – Napoli: un’esperienza sociale e umana imperdibile.
Il treno della speranza.
Ha l’aspetto di un treno normale, tranne forse che per l’aspetto un po’ vissuto che può insospettire i più maliziosi. Questa sua mimetizzazione è il motivo per cui vi trovi mescolati turisti avventurosi e normali viaggiatori, rimasti incastrati inconsapevolmente in qualcosa che non avrebbero mai immaginato, forse più grande di loro. Un mix tra un viaggio nel tempo – scenografia interna e condizioni di viaggio anni ’60/’70 – e un set cinematografico in cui si riproduce, sotto forma di reality, una sceneggiatura a metà tra un film di Nanni Loy anni ’60 e La nave dei folli di Stanley Kramer. Dall’illuminazione, alla studiata scenografia interna dove ogni dettaglio è perfettamente curato da specialisti. Le latrine con la pozza di urina al posto giusto, già alla partenza del treno, tradiscono subito un effetto di messa in scena. Il pannello sotto lavabo divelto, la presa di corrente (una ogni dieci cessi) ciondolante da cavi semi scoperti; pallottole di carta igienica zuppa un po’ ovunque; la tazza con gli escrementi freschi, le scritte di ultràs e sessuomani alle pareti, stile autogrill: tutto perfetto. Dopo aver preso atto di essere su un treno vintage, ci si avvia verso il posto assegnato (a volte, per creare interazione spontanea tra le persone viene assegnato lo stesso posto a due persone diverse) e subito scatta la prima delle svariate prove fisiche offerte dalla compagnia per far sentire vivi i viaggiatori: per accedere al posto è previsto lo scavalco, cercando di non ferire nessuno, degli esseri umani già accovacciati o sdraiati lungo l’angusto corridoio, ancora buio.
Essendo questo treno “classe unica” questa parte di umanità a cui è stato erogato un biglietto “senza garanzia del posto”! costituisce un sorta di selezione di classe naturale. Infatti i poveri disgraziati appartengono a parti di mondo dove in genere un treno simile sarebbe di prima classe (anche se ho sentito con le mie orecchie, giuro, alcuni lamentarsi di un simile trattamento, ingrati!) mescolati comunque con studenti e abituali fruitori di viaggi estremi. Giunti al posto assegnato (il bello del viaggio è che non c’è nulla di scontato) bisogna verificare con uno sguardo la natura dei passeggeri. Ad esempio una delle opzioni è che lo scompartimento sia già occupato da napoletani senza prenotazione, in questo caso è meglio non insistere e trovarsi un’altra sistemazione. Si potrebbe ricorrere al capotreno, ma farebbe spallucce dicendo:  e che ti posso fare io? Comunque il treno è totalmente democratico e le possibilità di arrivare sani e salvi a destinazioni sono pari per tutti. Finalmente ci si siede soddisfatti. Nei pressi di Genova, intorno alle due di notte (il treno è sempre puntualissimo!) si scopre la più invitante opzione dell’offerta che non trovi su nessun altro mezzo di trasporto pubblico: si può fumare!! sia pure solo nei pressi dello spazio di intercomunicazione tra una vettura e l’altra, ma si fuma. 
Unico neo è che verso Grosseto, un controllore annoiato ed esausto per aver dovuto camminare per ore su corpi dormienti in corridoio, svegliando persone che parlano un’altra lingua, per verificare che avessero il biglietto, compare dalla nuvola densa, giallognola e nicotinosa, ammonendo: signori, per favore, fumate un po’ di meno! (sic!!!). Allora due o tre persone spengono la cicca per terra, per poi accendere un’altra sigaretta a controllore sparito. Durante una pausa fumo, una volta, mi sono trovato a dover ricaricare il cellulare. Guadagnata l’unica presa, ciondolante ma funzionante, in un cesso in cui dorme accovacciato per terra un uomo, incrocio il controllore e gli faccio: “mi scusi, ma perché non ci sono le prese?”, mi fa: “se no ci sctanno vuo’ di’ che no ci dovevano sctare, se se le so’ portate via che ci pozz’ fa’? E poi quelle servono pe il rasoio, e no pe il telefono…”. Ah, ho capito, grazie. E mi accendo una sigaretta. Scendo a Roma e faccio un in bocca al lupo ai miei compagni di viaggio che ne hanno ancora fino a Napoli. Sono le 5 di mattino e l’abbrutimento ha creato solidarietà umana e un amaro buon umore. Grazie Trenitalia di questo treno così umano. Ci dà speranza. Buon viaggio.

Scritto da luciano de simone

16 dicembre 2011 alle 19:25

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Anima secca

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mi sento l’anima secca. quando mi parlo non mi sento; solo un generico mi dispiace mi rintocca alle tempie, stupido e inutile come l’aria che respiro, che cambia odore, adesso, quando mi passa nell’epitelio olfattivo. quanta miseria nei cuori.

Scritto da luciano de simone

5 dicembre 2011 alle 15:16

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Lentamente muore

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Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

(P. Neruda)

Scritto da luciano de simone

30 settembre 2011 alle 19:19

Pubblicato in sguardi

tronfio

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Tronfio. Mene vado in giro tronfio. Prendo a calci lattine vuote. Ogni tanto riesco pure a palleggiare nel ricordo sfocato del calciatore che sono stato. Guardo i muri, rotti ogni tanto dalla testa di qualcuno che passa, mi incrocia lo sguardo, di sottecchi si domanda. Non capisce perché rido. Sorrido, non rido. Ma se ti sorrido tu ti domandi, non rispondi al sorriso. Hai paura. Ti senti attaccato, diffidente, inadeguato. Non sostieni un sorriso, non reggi alla forza d’urto di una piccola falda da cui sgorga vita gratis. Io vado in giro tronfio, tu dribbli, falsamente umile, veloce come un ratto nella notte, il mio sguardo. Ormai sei lontano, al sicuro e volti indietro la testa senza sguardo negli occhi, mantre scappi da un sorriso. 

Io proseguo in controluce e prendo a calci lattine vuote, infilo lo spazio come chi sa. Mi siedo. Aspiro il sorriso. Lo metto in tasca. Respiro. La sbronza mi abbandona. Allora, logico, associo la notte al cibo. Un Kebab, faccio. Senza salsa di sesamo, così, nature. E in mezzo ai rancidi sorrisi, solo arabi ormai nella notte, più da temere che da assecondare, azzanno la carne sorridendo tronfio, per difendermi senza scappare. Con un kebab in mano nella notte, sorridi con la carne tra i denti. Non hai paura. E ti senti fratello.

Scritto da luciano de simone

28 agosto 2011 alle 00:12

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Era l’emblema della giustizia.

Tutto butterato, la testa enorme, la faccia larga, grassa, rossa e sudata, il naso camuso. Gli occhi quasi non si vedevano divorati dalle palpebre superiori rigonfie e dalle borse eccessive di chi ha smesso di dormire da un pezzo. Non aveva collo e prima di parlare, in genere, si liberava con un piccolo rutto col quale, non saprei dire quanto involontariamente, esprimeva il suo disprezzo per chiunque avesse di fronte.

Me lo ritrovai di fronte quando mi tirai su dalla posizione quasi fetale che avevo assunto dopo la terza ora di attesa sul quarto sedile di una fila di dodici che accoglieva, squallida come la morte in un  cesso pubblico con le braghe calate e un ago nel braccio, un catalogo di ambasciatori internazionali tra cui tre travestiti ubriachi avanzati da una retata, un allibratore serbo indignato, una colf peruviana pagata in nero che sgranava il rosario facendo finta di piangere e altre persone rese interessanti dal solo fatto di essere lì. 

La luce al neon che pioveva sulle nostre teste ci rendeva simili a tante modelle anoressiche e mal truccate con caverne al posto degli occhi. Solo più brutti.

Non si presentò neanche. Mi segua disse.

Il puzzo di ascelle, frittata e sigarette che impregnava l’aria del suo ufficio di commissario mi bucò le narici con la prepotenza di una bestemmia in un tempio e arrivò come un cazzotto al plesso solare la foto che mi sbatté sotto il naso dicendo: ha mai visto questa donna?

Mi chiamano come persona che ha assistito ai fatti.

Ovviamente nego. Ma lo faccio soltanto scuotendo la testa. Non parlo.

Lo sguardo sulla fotografia. Il pensiero esce dalla stanza. 

Ritorna, liquido come i miei occhi, a poche ore prima. 

Quando il calore della sua pelle mi metteva al riparo dai dubbi. 

Quando un’oceano di lenzuola stropicciate dall’amore ci nascondeva da tutto.

Quando la sua lingua, dopo avermi leccato il naso, si appoggiò dolce sul retro dei suoi incisivi per pronunciare una T.  T di TU, tu sei mio…

Firmi qui allora, non voglio grane io. Mi disse con la sua voce gracchia che sciabolò i ricordi.

Firmo. Mi giro fulmineo. Esco. Imbocco il corridoio. Scorro di sottecchi i dodici sedili dei dannati che mi guardano invidiosi. Sono quasi fuori. Ancora un passo, forse due. Poi fuori. 

Fuori dai ricordi. Potrò tornare nel mio amato coma. Col mare davanti e l’aria fresca. E il cuore che batte di nuovo al ritmo costante di un fiume che scorre lento e setoso.

Ma una mano mi tocca la spalla. Di nuovo la voce gracchia. 

Senta, dico a lei, dimenticavo…  ho un bambino di là che ha il suo stesso nome. 

Ha mica perso un fglio lei?

Non mi volto. Chiudo gli occhi e resto appeso tra la vita e la morte.

Scritto da luciano de simone

30 luglio 2011 alle 18:50

Pubblicato in un uomo in coma

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