Siccità.
I sentimenti, come tutti gli altri giardini della vita, sono sempre assetati. Se non li innaffi spesso, si inaridiscono e muoiono. La terra, quella resta, ma non serve più a niente. Il fatto che non riesci mai a trovarti nei pressi di una fontanella da cui prelevare l’acqua, capirai che non era un buon motivo quando ti ritroverai davanti la terra desolata. Ti sentirai più povero scoprendo che hai dilapidato una delle poche fortune vere che capitano alle persone. E forse proverai rimpianto. Forse. Soprattutto quando ti servirà l’ossigeno. Ma niente più verde, niente più ossigeno.
Cose piccole piccole
C’è un tempo in cui piccoli gesti, inezie, nonnulla…ti attraversano quasi trasparenti, non gli dai quasi peso e un tempo invece, in altre circostanze, in cui prendi atto con rassegnazione e un po’ di impotente amarezza che gli stessi gesti bastano a renderti, per un attimo, quasi felice. Capisci che le cose grandi in fondo sono la somma di un’infinità di cose piccole piccole…tanti puntini di pastelli colorati aggiunti ogni giorno alla tua vita dalle persone col talento di vivere. E assommati in un lasso importante di tempo formano intermittenti infantili arcobaleni nel tuo cielo uggioso.
Anima e cervello
A volte è difficile fare accettare all’anima ciò che il cervello condivide e accetta. Non si sa in quale dei due posti stia la verità. Nella giustizia c’è sempre qualcosa di profondamente ingiusto. Difficile da mandare giù, perché la giustizia, come l’educazione e la cultura, rema contro la natura umana. L’unica cosa verso cui non si ha rispetto. Per questo i folli andrebbero amati più dei savi: riescono a fondere anima e cervello.
tasche
…devi frugarti nelle tasche, quel posto dove le mani ce le metti solo tu, per sapere quel che resta del tempo passato. una cura, come un senso di morbido e sicuro, nient’altro. io sono sempre là, dentro quelle tasche. in attesa perenne delle mani. solo e triste come si può stare in una tasca… ma questo conta poco. sto bene e ci sono ancora…ma sento vuoto intorno. salto nervoso gonfio di dubbi sul senso stesso della parola bene. il silenzio totale mi raggela il cuore. uno di questi giorni esco e non torno più.
Serenità e felicità
A volte si sceglie la serenità come lasciapassare per la felicità, a costo di tradire la propria natura. E’ un errore. La serenità è un compromesso, una trappola come la speranza; la felicità è un assoluto, vuol dire avere tutto ciò di cui si ha bisogno, che spesso non sta in un solo luogo, né fisico, né dell’anima. Se sei sereno non sei felice e se sei felice non puoi essere sereno. Serenità e felicità sono due stati d’animo e due concetti dicotomici. Come mercato e democrazia: è solo un ingannevole luogo comune il cercare di renderli affini e compatibili. Molti direbbero una necessità pratica poiché la felicità, come la democrazia, forse è un’utopia. La felicità possibile è sempre piena di buchi. Ma dovremmo sempre provare a riempirli. Con ogni mezzo.
Il treno della speranza



Anima secca
mi sento l’anima secca. quando mi parlo non mi sento; solo un generico mi dispiace mi rintocca alle tempie, stupido e inutile come l’aria che respiro, che cambia odore, adesso, quando mi passa nell’epitelio olfattivo. quanta miseria nei cuori.
Lentamente muore
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Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo (P. Neruda) |
tronfio
Tronfio. Mene vado in giro tronfio. Prendo a calci lattine vuote. Ogni tanto riesco pure a palleggiare nel ricordo sfocato del calciatore che sono stato. Guardo i muri, rotti ogni tanto dalla testa di qualcuno che passa, mi incrocia lo sguardo, di sottecchi si domanda. Non capisce perché rido. Sorrido, non rido. Ma se ti sorrido tu ti domandi, non rispondi al sorriso. Hai paura. Ti senti attaccato, diffidente, inadeguato. Non sostieni un sorriso, non reggi alla forza d’urto di una piccola falda da cui sgorga vita gratis. Io vado in giro tronfio, tu dribbli, falsamente umile, veloce come un ratto nella notte, il mio sguardo. Ormai sei lontano, al sicuro e volti indietro la testa senza sguardo negli occhi, mantre scappi da un sorriso.
Io proseguo in controluce e prendo a calci lattine vuote, infilo lo spazio come chi sa. Mi siedo. Aspiro il sorriso. Lo metto in tasca. Respiro. La sbronza mi abbandona. Allora, logico, associo la notte al cibo. Un Kebab, faccio. Senza salsa di sesamo, così, nature. E in mezzo ai rancidi sorrisi, solo arabi ormai nella notte, più da temere che da assecondare, azzanno la carne sorridendo tronfio, per difendermi senza scappare. Con un kebab in mano nella notte, sorridi con la carne tra i denti. Non hai paura. E ti senti fratello.
Era l’emblema della giustizia.
Tutto butterato, la testa enorme, la faccia larga, grassa, rossa e sudata, il naso camuso. Gli occhi quasi non si vedevano divorati dalle palpebre superiori rigonfie e dalle borse eccessive di chi ha smesso di dormire da un pezzo. Non aveva collo e prima di parlare, in genere, si liberava con un piccolo rutto col quale, non saprei dire quanto involontariamente, esprimeva il suo disprezzo per chiunque avesse di fronte.
Me lo ritrovai di fronte quando mi tirai su dalla posizione quasi fetale che avevo assunto dopo la terza ora di attesa sul quarto sedile di una fila di dodici che accoglieva, squallida come la morte in un cesso pubblico con le braghe calate e un ago nel braccio, un catalogo di ambasciatori internazionali tra cui tre travestiti ubriachi avanzati da una retata, un allibratore serbo indignato, una colf peruviana pagata in nero che sgranava il rosario facendo finta di piangere e altre persone rese interessanti dal solo fatto di essere lì.
La luce al neon che pioveva sulle nostre teste ci rendeva simili a tante modelle anoressiche e mal truccate con caverne al posto degli occhi. Solo più brutti.
Non si presentò neanche. Mi segua disse.
Il puzzo di ascelle, frittata e sigarette che impregnava l’aria del suo ufficio di commissario mi bucò le narici con la prepotenza di una bestemmia in un tempio e arrivò come un cazzotto al plesso solare la foto che mi sbatté sotto il naso dicendo: ha mai visto questa donna?
Mi chiamano come persona che ha assistito ai fatti.
Ovviamente nego. Ma lo faccio soltanto scuotendo la testa. Non parlo.
Lo sguardo sulla fotografia. Il pensiero esce dalla stanza.
Ritorna, liquido come i miei occhi, a poche ore prima.
Quando il calore della sua pelle mi metteva al riparo dai dubbi.
Quando un’oceano di lenzuola stropicciate dall’amore ci nascondeva da tutto.
Quando la sua lingua, dopo avermi leccato il naso, si appoggiò dolce sul retro dei suoi incisivi per pronunciare una T. T di TU, tu sei mio…
Firmi qui allora, non voglio grane io. Mi disse con la sua voce gracchia che sciabolò i ricordi.
Firmo. Mi giro fulmineo. Esco. Imbocco il corridoio. Scorro di sottecchi i dodici sedili dei dannati che mi guardano invidiosi. Sono quasi fuori. Ancora un passo, forse due. Poi fuori.
Fuori dai ricordi. Potrò tornare nel mio amato coma. Col mare davanti e l’aria fresca. E il cuore che batte di nuovo al ritmo costante di un fiume che scorre lento e setoso.
Ma una mano mi tocca la spalla. Di nuovo la voce gracchia.
Senta, dico a lei, dimenticavo… ho un bambino di là che ha il suo stesso nome.
Ha mica perso un fglio lei?
Non mi volto. Chiudo gli occhi e resto appeso tra la vita e la morte.



